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L’Anguana della musica
(di Davide Ielmini)
Il repertorio popolare, da qualunque nazione provenga, nasce dall’intersecarsi prepotente di storia, radici, cultura. Il dialetto dell’Alto Vicentino, quello con il quale si misura Patrizia Laquidara in "Il canto dell’Anguana", è al pari degli altri una combinazione di ciò che è sempre esistito: l’uomo in quanto coagulo di paure, angosce, superstizioni, gioia, carità. Per entrare nel vivo della lingua, l’accesa sensibilità di Patrizia si fa punta di lancia o spillo minuscolo. Ed è una questione di equilibri gestiti con il cuore, perché a quest’artista manca l’appartenenza geografica (è nata a centinaia di chilometri di distanza dal Veneto) ma abbonda, per necessità abitative, la conoscenza indotta del repertorio. Così, chi decide di avvicinarsi alla musica del "luogo" d’origine deve impossessarsi di canoni secolari che l’interprete può reinventare e decodificare secondo il suo gusto personale. Ma senza sottrarsi all’osservazione dei Guardiani del Tempo: coloro che nell’Alto Vicentino ci sono nati e ci vivono.
Prima di cantare e raccontare, Patrizia si è arresa ed ha accettato "l’invasione" di ciò che non conosceva. Ha cercato, e ottenuto, il rispetto. Il fine di ogni artista dovrebbe essere questo: farsi testimone del "non luogo", cioè di quella parte di mondo nella quale albergano tutti i mondi. In "Il Canto dell’Anguana", accade che i vincoli dell’alveo della tradizione si liberino per generare quegli amplessi sonori che stanno alla base dell’incanto musicale e poetico. Ed è un parto sofferto del quale Patrizia -con la sua voce vestita a festa, guarnita di accentazioni particolari ed un entusiasmo liquido -vuole renderci partecipi senza stupide, contraddittorie e banali operazioni di modernità mixata. Qui, la musica popolare non è contorno ma sostanza e contenuto. Non è fatta per intrattenere, ma per educare.
Conosco Patrizia da tanti anni, ed è una cantante che merita, tra i tanti punti a suo favore, anche per il solo fatto di perseguire con coraggio, e testa, progetti insoliti e complessi. La sua ricerca nasce da un’esigenza interiore. Non si dà alle stampe un disco di tale fattura, se non si è rivoltata la propria consapevolezza creativa con l’umiltà di chi pensa che il suo lavoro sia, prima di tutto, un arricchimento per se stesso. Così Patrizia non ha pensato al pubblico, ma all’Arte che pratica. Non al compiacimento commerciale ma a quello nobilitante della musica. "Il Canto dell’Anguana" le rende onore perché il sacrificio artistico che lo anima si avverte, indistintamente, in tutti gli undici Canti che lo compongono. E si è in presenza di un’opera vera e propria, nella quale la musicalità rotonda del dialetto permette di indagare l’Africa, i Balcani, il Sud (che sia d’Italia, o altro) e il Nord lungo la direttrice che dal Veneto conduce a Napoli e dal Mediterraneo all’Andalusia. Con forza di penetrazione ai massimi livelli.
Nella voce di Patrizia, e nelle musiche degli Hotel Rif, si ritrovano le spezie musicali di un pentagramma disegnato su di una carta geografica che non conosce confini, se non quelli dettati dalla volontà dei musicisti che continuano ad esporsi, avventurarsi e mettersi in discussione. Ed è forse per questo che "Il canto dell’Anguana" si presenta come un libro aperto, senza veri capitoli e con l’intenzione di tralasciare la parola "fine" dopo la chiusura affidata a "Il canto dei battipali". Di questo disco si può dire di tutto – e solo positivamente – sino a riflettere sulla sua, voluta, "incompiutezza". Si parte, ma non si conosce la vera destinazione. Si canta, ma le intonazioni moresche, i cori di "battaglia", le ninna-nanne si fanno incisive, durature, inamovibili nella loro voglia di recuperare un passato che si confronta direttamente con il presente.
L’Anguana, la donna-serpente della tradizione popolare veneta, è frutto del Bene e del Male. E può esercitare entrambi soggiogando il prossimo, elargendo favori, colpendo al cuore insinuandosi tra le debolezze degli uomini. Il Bene e il Male sono facce della stessa medaglia, e con essi l’umanità deve misurarsi quotidianamente nel tentativo di valorizzare il primo e assottigliare il secondo. E’ una questione di vantaggi nella corsa della vita. Patrizia questo lo sa, perché nelle sue canzoni l’amore non è mai stato trattato con sufficienza. Se amore dev’essere, meglio parlare anche di quelle intercapedini nelle quali si muove – a volte, striscia – l’uomo. Qui non si tratta di conciliarsi con se stessi o con il prossimo, ma di dire ciò che é. La saggezza popolare, in questo caso, esercita una fascinazione prodigiosa grazie alla quale parlare con schiettezza della vita. Dei suo ingredienti che, contrariamente a quanto si possa pensare, non sono né segreti e né banali. Solo, semplicemente, veri.
Un bagaglio generazionale di parole messe in note, di brevi resoconti delle proprie esperienze e, infine, di energica lotta nel campo della sopravvivenza. Non è un caso che Patrizia canti e declami, quasi queste poesiole di semplicità fossero un monito, un consiglio, un ragguaglio. Insomma: attenti all’Anguana!
Davide Ielmini