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Un'interprete matura e un'opera originale, di densa e raffinata leggibilità
(RSI Rete Due - Corrado Antonini)
Jorge Luis Borges doveva ignorarne l'esistenza, altrimenti l'avrebbe inventariata nel suo Libro degli esseri immaginari accanto al Pesce dei Terremoti, al Gallo Celeste o al Minotauro. Fra le strane entità sognate dagli uomini e che ben figurerebbero in un manuale di zoologia fantastica oggi sveliamo l'Anguana, creatura acquatica metà donna e metà rettile (o metà pesce, a seconda della tradizione) che vive in prossimità di fonti e di ruscelli e che ha la caratteristica di sedurre o burlare l'incauto viandante notturno, ma anche di propiziare la pesca. Al pari delle sirene, anche le anguane hanno facoltà di ammaliare attraverso il loro canto, e proprio di una malia canora (e di un gran bel disco) rendono conto queste righe.
Il canto dell'anguana è il titolo di un disco registrato nel giugno del 2009 e distribuito nei primi mesi del 2011 dall'agenzia di produzione e promozione artistica Slang Music. Lo firma la cantante catanese ma vicentina d'adozione Patrizia Laquidara, a quattrodici mani, potremmo dire, con i sei musicisti che compongono l'ensemble degli Hotel Rif, coi quali la Laquidara collabora da una decina d'anni. Il disco è cantato interamente in dialetto alto-vicentino su testi del poeta Enio Sartori e musiche composte dalla stessa Laquidara con Alfonso Santimone e membri degli Hotel Rif. Ospiti del disco Le Canterine del Feo, gruppo vocale femminile formato da cinque ottantenni della contrada di Monte di Malo, Puccio Castrogiovanni, Alfio Antico e il "ghirondista" Ludovico Mosena.
Contrariamente a quanto avviene in altre realtà molto care a Patrizia Laquidara (mi riferisco a Brasile e Portogallo, dove il confine fra musica pop e tradizione folklorica è di non facile demarcazione - basti pensare al fenomeno della bossa nova o, in terra di Lusitania, a gruppi come i Madredeus o i Deolinda), in Italia esiste una netta distinzione fra musica cosiddetta "leggera" – il pop, per dirla sui generis – e il canto di tradizione popolare. Sono rari i casi di artisti che si sono saputi offrire in modo credibile (e non pregiudizievole per la loro carriera) su entrambi i fronti. Patrizia Laquidara, sfidando consuetudini dure a morire, ne Il canto dell'anguana tenta precisamente questo, di sovrapporre cioè al suo profilo di autrice-interprete di un pop sofisticato (diremmo colto, osando un ossimoro), non quello di interprete del repertorio tradizionale ma, impresa ancor più difficile, quello di autrice-interprete folk. Da sicula, cantando in vernacolo alto-vicentino (sarebbe auspicabile che il disco, recapitato da uno spiritello dei boschi o delle frasche, finisse anche sulla scrivania in noce padano di Umberto Bossi), fa sua una musica genericamente world che, proprio come fece Fabrizio De Andre' in Creuza de mä ormai un quarto di secolo addietro, abbraccia le sonorità dell'intero Mediterraneo in una sorta di koinè nobile e meticcia.
Il risultato, diciamolo subito, è incantevole. Il progetto, fortemente voluto da Patrizia come omaggio alla sua terra d'adozione, è ambizioso ma curato fin nei minimi dettagli. Chi dubitava della sua voce – fosse cioè in grado di incarnare, oltre alla gaia leggerezza del pop, anche la grana più torbida del canto di tradizione – avrà dovuto ricredersi. A tratti dolce e sinuosa, altrove impetuosa e dirompente, la voce di Patrizia Laquidara si comporta come un capitano di vascello in acque tumultuose: non perde mai di vista la rotta e solca le onde con coraggio e quel pizzico di incoscienza necessario a portare a termine le imprese più ardite. Nel suo timbro a tratti s'affaccia il fantasma di una musa fascinosa e notturna come Marisa Monte, ma è nella giocosità sbarazzina alla Maria João che il suo fraseggio si codifica al meglio. Non sappiamo dove muoverà il percorso artistico di Patrizia Laquidara dopo questo riuscito episodio (abbiamo letto, di sfuggita, di un progetto sugli scritti di Luigi Meneghello ma anche del desiderio di continuare sulla strada tracciata da Indirizzo portoghese e Funambola). Quel che è certo è che il capitolo dell'anguana ci ha regalato un'interprete matura e un'opera originale, di densa e raffinata leggibilità. Ci sono dischi belli e poi ci sono dischi che fanno bene. A noi Il canto dell'anguana è piaciuto e ha scaldato il cuore. E a un disco, francamente, non si può chiedere di più.
di Corrado Antonini