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Rassegna Stampa
 

Come una Funambola tra i grattacieli

di Davide Ielmini

Una farfalla a New York somiglia ad un aliante tra i grattacieli: le si invidia la leggerezza e l’agilità. E a farla volare è una voce nuda, dolce e crudele come una carezza di spine o il bacio di un’ombra. Quella farfalla è Patrizia Laquidara, di scena sabato a Villa Braghenti per presentare “Funambola” (Ponderosa Music and Art), il suo ultimo cd registrato nella Grande Mela, realizzato con Giulio Casale, Luca Gemma e Pacifico e prodotto da Arto Lindsay e Patrick Dillet. Un lavoro dove le parole sono “Pioggia senza zucchero” - <Non mi chiedo niente ormai e mangio libri, petali biscotti, latte/io più che viaggiare vago e muoio dalla voglia di essere una dea per te> - scritte da una donna “al limite del vero”. Sono passati tre anni dalla pubblicazione di “Indirizzo portoghese” (un progetto di saggezza espressiva che ha richiesto un tour di due anni toccando anche Ecuador e Brasile) ed al ruolo di interprete preziosa, amica delle trasparenza, Patrizia ora aggiunge quello di autrice di testi e musica (Pioggia senza zucchero e Nuove confusioni) e coautrice. Soprattutto, si fa nuovamente protagonista di una poetica lontana dai cliché e che sa cogliere con assoluta profondità le emozioni più pure, celate dalla durezza della vita e raccolte tra lacrime e sorrisi. Una donna al limite della bellezza, della passione e della rabbia. La verità di Patrizia va oltre la tradizione della canzone d’autore per spingersi verso i lidi dell’analisi interiore, più intima e dolorosa. “Prigioniera di un pensiero”, l’artista nata a Catania, residente in Veneto (nell’Alto vicentino) ma in passato pellegrina nel mondo, tra Bologna e Lisbona, narra di una luna che “è frutto blu infinito/in un campo di diamanti”: sogni liquidi tra l'opacità dei nostri giorni. Senza rimorsi o inganni, tra il jazz e la bossanova, Patrizia si muove in uno spazio vulnerabile e fragile. La descrizione di equilibri sicuri che sembrano non esistere, di feritoie nelle quali non si può passare, dell’insicurezza alimentata dal conflitto tra corpo e anima, fatto di credenze e incrostazioni, “di banali e mortali opinioni”. Così, in “Funambola” – titolo che nasce dalla lettura del “Trattato di Funambolismo” di Philippe Petit, tra <momenti di passaggio e percorsi densi di pericoli> - Patrizia dice: <…guardo il mondo e penso a testa in giù, sopra un filo che è sospeso>. Quello stesso filo, intrecciato di suoni europei, di blues e ritmi latino-americani, che nel 1998 la porta a vincere una borsa di studio per il Centro Europa di Toscolano di Mogol e, nel 1999, ad approfondire la passione per il tango e la canzone spagnola di Federico Garcia Lorca. L’anno dopo Patrizia dedica il cd “Para voce querido cae” a Caetano Veloso e nel 2002 sbanca il Premio Città di Recanati conquistando i riconoscimenti più ambiti: critica, migliore interpretazione e migliore musica. Il 2003 la vede protagonista al Festival di Sanremo nella Categoria Giovani dove, ancora, graffia con la sensualità di un felino indomito aggiudicandosi il Premio della critica Mia Martini e il Premio Alex Baroni per la migliore interpretazione. Successivamente si interessa alla tradizione veneta, compone per il cinema (Manuale d’amore di Giovanni Veronesi), si fa performer e attrice. Partecipa, nel 2006, al Premio Tenco – con un insolito omaggio a Bruno Lauzi – per poi dare corpo a “Funambola”, una collana di brani “senza pelle” dove Patrizia, come scrive Arto Lindsay in “Personagem”, (Personaggio), <arriva dondolando/Con fare indolente/Lei conosce bene tutti i suoi turbamenti/Quando pensa lei non pensa/Che a quell’istante/Piange e sorride contemporaneamente”.


(da La provincia di Varese)



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